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79. Pantheon, or the Temple of Giove Ultore consisting of a maginificent Hall and majestic Pronaos

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Pantheon, o sia Tempio di Giove Ultore, consistente in una magnifica Cella, ed in un maestoso Pronao, come si dimostra nella predetta Tavola XIV, alla figura II. Egli fu fabbricato da M. Agrippa, come apparisce dalla seguente iscrizione scolpita sul fregio del medesimo Pronao, notato nella detta figura colla lettera A.

M. AGRIPPA . L. F. COS. TERTIVM . FECIT

Fu poscia ristorato dagli imperadori Settimo Severo, e Caracalla, come apparisce dalla consecutiva iscrizione che si legge nelle fasce dell’ Architrave del medesimo Pronao, notato colla lettera B.

IMP. CAESAR. SEPTIMIVS . SEVERVS . PIVS . PERTINAX . ARABIC. ADIABENIC. PARTHIC. PONTIF. MAX.
TRIB. POT. XI. COS. III. P. P. PROCOS. ET
IMP. CAES. MARCVS . AVRELIVS . ANTONINVS . PIVS FELIX . AVG. TRIB. POT. V. COS. PROCOS.
PANTHEVM . VETVSTATE . CORRVPTVM . CVM . OMNI . CVLTV . RESTITVERVNT

Questo, secondo la relazione degli antichi scrittori, era un Tempio de' piu splendidi, ed è l’unico monument dell'antica magnificenza che sia rimaso illeso nelle sue parti principali. I di lui muri sono di una portentosa grosseza, fabbricati di opera incerta e fermata Ogni quattro palmi con un letto di tevoloni, resi Vieppiù stabili da un’ arcuate costruzione parimente di Tevoloni, dimostrata nella detta figura, alla lettera C, ed investiti nell’esterno di tevolozza triangolare. Il Pronao poi ha sedici gravi colonne di granito orientale di smisurata grossezza. Era anticamente coperto con travi e tegole di bronzo, le quali furon tolte al tempo di Urbano VIII, e fatte rifondere per formarne la Confessione de’ Santi Apostoli Pietro e Paolo nella Basilica Vaticana, sendo stato supplito in di loro vece con travi di legno, e con tegole laterizie. Nel timpano del di lui frontespizio segnato colla lettera D sono quantità di buchi, ne’ quali s’internavano de’ perni impiombati per sostegno d’un bassorilievo parimente di bronzo. Le pareti interne ed esterne dello stesso Pronao sono investite fra un pilastro e l'altro di lastre marmoree con più ordini di fregj, ne' quali sono eccellentemente scolpiti de' fulmini, delle patere, de' candelabri, degli elmi, ed altri simboli che alludevano alle Deità di Giove e di Marte, e delle stesse lastre erano parimente investiti i due nicchioni laterali al grande ingresso del Tempio, dimostrati nella Tavola XV di questo Tomo, alla figura I, colla lettera E , in uno de' quali era la Statua d'Augusto, e nell'altro quella d’Agrippa. II di lui antico pavimento inoggi mancante copriva parte degli orli dello basi delle predette colonne, apparendo tuttavia in alcune di esse basi il segno dell' internamento degli stessi orli, nella guisa appunto che s' internano le basi delle colonne del Tempio; cosicchè il pavimento moderno rimane alquanto più basso, ed è costruito parte con alcune lastre residuali dell'antico, e parte con opera laterizia. L'ingresso poi del Tempio, in vece de' perni conficcati nel muro che inoggi ne sostengono le porte di bronzo, avea sugli angoli interiori dell'uno e l'altro stipite, ora rimaso rozzo, una grossa lamina similmente di bronzo stesa dalla cima al fondo, alla
quale erano raccomandati i medesimi perni. Si entra quindi nel Tempio, il di cui piano è alquanto più basso di quello del Pronao: costume usato dagli Antichi per renderne l’entrata grave e maestosa. Veggendosi i muri investiti di marmi con tabernacoli e con tribune frammezzate da architravi sostenuti da colonne di giallo antico striate, gli orli delle di cui basi s’internano come abbiam detto poc’anzi, nel pavimento, che da alcuni scioccamente si crede perciò rialzato, non considerando esser questo stato un costume di que’ tempi per dar gravità alle colonne. Ha la volta convessa con compartimenti, i quali erano investiti da lamine d’argento secondo le antiche tradizioni. La veduta interna dello stesso tempio si dimostra nella detta Tavola, alla figura II, ove si nota l’internamenti degli orli delle basi delle colonne colla lettera F. Gli scrittori moderni prendono alcuni motivi di ridurre in quistione chi sia stato il fondatore di questo Tempio. Il primo motivo si è la di lui sconnessione col Pronao, il quale sembra perciò costruito in tempi posteriori: il secondo si è la loro debole osservanza sull’ architettura del Tempio, ch’ essi giudicano inferiore a quella del Pronao: ed il terzo si è un passo di Dione, nel libro 53 della Storia Romana ove si dice: Ἀγρίππας; ecc. τότε Πάνθειον ecc. εξετέλεσε: pretendendo eglino, che la parola εξετέλεσε altro non significhi che perfezionò; Laonde deducono, che Agrippa sia stato, non fondatore, ma soltanto perfezionatore del Tempio colla giunta del Pronao; e pretendono con questi mal fondati sofismi di dar la mentita alla surriferita iscrizione che si legge sul fregio dello stesso Pronao: M. Agrippa L. F. Cos. tertium FECIT: e all’ assertiva egualmente precisa di Plinio nel 15 del 36: Pantheon Jovi Ultori ab Agrippa FACTUM. Io però rispondendo a questi loro sofismi, dico in quanto al primo, che la sconnessione del Pronao dalla Cella, dandoci indizio della loro costruzione in diversi tempi, non conclude la diversità del Fondatore dell’uno e dell’altra, imperciocchè può darsi che Agrippa facesse la Cella senza il proposito di adornarla col Pronao, e che terminatala gli venisse in mente di aggiugnervelo. In quanto al secondo sull’architettura della Cella e del Pronao, qualunque intendente architetto vedendo le stesse modinature nell’uno e nell’altra, e in conseguenza riconoscendone la medesima eccellenza, fa poco conto fel giudizio di diversità che vi fa l’imperizia di tali scrittori. In quanto al terzo sul riferito passo di Dione, la parola εξετέλεσε, la quale fa tutto il forte del loro argomento, nel più stretto significato vuol dire finì, onde non inferisce che Agrippa non avesse potuto fare il Pantheon, essendone stato terminatore. La causa poi non ricercata dagli stessi scrittori, per la quale Dione non abbia detto fece ma finì, deriva dale di lui antecedenti parole: Ἀγρίππας δὲ ἕν τούτω τὸ ἄςυ τοῖς ἰδίοις τέλεσιν ἐπεκόσμησε Agrippa nel medesimo tempo adornò la città a sue spese: sotto la disposizione delle quali venendo le altre: τότε Πάνθειον ἐξετέλεσε: e finì il Pantheon: non polca questo storico dir fece, perché non era vero che Agrippa avesse fiuto il Pantheon nel tempo determinato colle precedenti parole, cioè l’anno 727 di Roma essendo egli Consolo la terza volta. Ed in fatti il dir poscia Dione: Hβουληθη μὲν οὖν ὁ Ἀγρίππας καὶ τὸν Αῦγουστο ενταῦθα ίδρύσαι τὴν τε τοῦ έργου έπίκλησιν αύτω δουναι μή δεξαμενου δὲ αύτου μηδέτερον, ἐκεῖ μὲν τοῦ προτέρου Καίσαρος ἐν δὲ τῷ προνάω τοῦ τε Αὑγούστου καὶ ἑαυτοῦ ἀνδράντας ἔστησε: Volle poi Agrippa riporre ivi (nel Pantheon) la statua d’Augusto, e a lui scrivere il nome d’ aver fatta quell’opera ma non accettando (Augusto) nè l’ una nè l’altra di queste cose (Agrippa) pose nel Tempio la statua del primo Cesare, e collocò poi nel Pronao quella d’ Augusto e la propria; che altro ci dichiara se non che Agrippa volea riferir la propria gloria di aver fatto questo tempio ad Augusto e ch’egli col veder riporvi la statua di questo principe usava nello stesso tempio di un dispotismo che non gli sarebbe stato perdonabile qualora egli non ne fosse stato il Fondatore.

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