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287. Arch of Titus

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Arco trionfale erotto sul Clivo Sacro alle glorie
di Tito dopo la di lui morte in memoria della distruzione
di Gerosolima, come apparisce dalla seguente iscrizione
che si legge nell'odierno attico del medesimo:

SENATVS
POPVLVSQVE ROMANVS
DIVO TITO DIVI VESPASIANI F.
VESPASIANO AVGVSTO

Questo si dimostra nella Tavola XXXIV di questo Tomo alla figura I. Ha nelle partizioni delta volta l'Apoteosi dello stesso Imperadore, e ne' due laterali rappresenta in bassorilievo il di lui trionfo colle spoglie del Tempio di Gerosolima, consistenti nel gran Candelabro, trombe ed altri arredi sacri, notati colla lettera A. Seguono adesso gli avanzi del Palazzo Imperiale sul Palatino, le di cui vicende nommeno per le variazioni e gli accrescimenti fattivi dai Cesari, che gl'incendj da esso sofferti, hanno sinquì renduta difficile la individua denominazione degli stessi avanzi; per non errar nella quale mi è stato d'uopo di consultant maturamente queltanto che ne riferiscono gli antichi Scrittori. Gioverà perciò premettere in generale, che questo Palazzo si estendeva per tutto il Palatino, e che quantunque ei fosse un solo, come racconta Flavio Giuseppe nel capitolo I del libro 19 delle Antichità Giudaiche:
Συνημμένη δὲ εκείνη, δια το εν τό βασίλειον ον, ὲπ’ οίκοδομίαις έκαστου των εν τη ήγεμονία γεγονότων άσκηθέν άπό μερους όνοματι των οίκοδομησαμένων, η καί τι μερῶν οίκησεως αρξαντων την έπωνυμίαν παρασχεσθαι.
Queste (cioè le abitazioni di Germanico) erano contigue al Palazzo: il quale era uno, ma adorno e distinto con particolari edifizj da tutti gl' Imperadori, de quali portavano il nome; cosicchè non era di una ordinata figura, ma disuguale nella sua estensione e nelle sue appartanenze, come ben dimostrano le di lui reliquie, le quali soo state da me riportate in forma più ampla nella summentovata Icnografia del Foro Romano per maggior discernimento di quelche se ne abbia nella presente Topografia generale.
Ciò premesso, succedono nella stessa Topografia generale gli avanzi indicati co'numeri 289, 290, 291, e 305, corrispondenti alle lettere c, d, e, f della citata Icnografia; l'appartenenza de'quali avanzi si deduce dal viaggio che nella elegia 1 del 3 de Tristi fa il libro d'Ovidio allo stesso Palazzo, dicendo:

Paruit: et ducens, haec sunt Fora Caesaris, inquit;
Haec est a Sacris quae via nomen habet.
Hic locus est Vestae, qui Pallada servat, et ignem;
Haec fuit antiqui Regia parva Numae.
Inde petens dextram, Porta est, ait, ista Palati,
Hic stator, hoc primum condita Roma loco est.

In questo viaggio ci si para innanzi primieramente il Foro di Cesare Augusto (e non di Giulio Cesare, come altri credono, imperciocchè Ovidio perlopiù chiama Augusto antonomasticamente col solo nome di Augusto). La pianta di un tal Foro rimane nella predetta Icnografia contrassegnata col numero 222; perlochè succedendo nell' itinerario la Via Sacra se ne vede l'andamento notato con picciole linee, o distinto col numero 242 accanto allo stesso Foro. Si enunzia in secondo luogo il Tempio di Vesta, e la picciola Reggia di Numa correlativamente all'Epigramma di Marziale nel libro I:

Quaeris iter? dicam: vicinum Castora canae
Transibis Vestae, virgineamque domum.
Inde sacro veneranda petes Palatia clivo;
Plurima ubi summi fulget imago ducis.

e 'l Tempio di Vesta, e la picciola Reggia di Numa parimente si ravvisano nella Icnografia ai numeri 78, 75, e 72. Si parla in terzo luogo della deviazione della Via Sacra a mano destra:
a questa deviazione si nota nella Iconografia colla lettera g. Si enunzia in quarto luogo la porta del Palazzo cioè di Roma quadrata, o sia del Monte Palatino, chiamato Palazzo indifferentemente, come furono poi dette Palazzo le Case Imperiali (al che parimente corrisponde il detto Epigramma di Marziale, ove si parla del Clivo Sacro, e del Palazzo medesimo) e questo Clivo comeppure la Porta, si notano nella Icnografia col numero 67, ricordandosi, che a' tempi d'Ovidio il viaggio dalla predetta lettera g sino al numero 67 non era ingombrato dalla fabbrica Neroniana che si accenna col numero 59. Si enunzia in quinto luogo il Tempio di Giove Statore alle radici del Palatino: e questo si ravvisa supplito e contrassegnato nell'Icnografia col numero 66. Cosicchè, additandosi quivi il Palatino, e vedendoci scortati ai succennati avanzi notati nella Topografia generale co' detti numeri 289, 290, 291, e 305, si debbe concludere, che questi appartenessero ad Augusto, giacchè in que' tempi non vi era altra Casa Imperiale che la sua. Il secondo Imperatore ch'edificò sul Palatino fu Tiberio, come si raccoglie da Svetonio in Ottone, e con maggior precisione da Tacito nel primo delle Istorie, ove si parla del medesimo Ottone, il quale per Tiberianam domum in Velabrum, inde ad milliarium Aurem sub Aedem Saturni perrexit. Dunque gli avanzi della Casa Tiberiana sono i segnati nella Topografia generale co' numeri 293, 294, e 295, corrispondenti nella Icnografia del Foro Romano colle lett. h, i, k, l, giacchè questi rimangono sull'angolo il quale riguardava il Velabro, notato nella stessa Icnografia fra i numeri 100, 101, 102, e 103.
Cajo Caligola fu il terzo edificatore sul Palatino, come si ha da Svetonio al capitolo 22 della vita di questo Imperadore: Partem Palatii ad Forum usque prmovit, atque Aede Castoris et Pollucis in vestibulum transfigurata, etc., super Augusti Templum ponte transmisso, Palatium, Capitoliumque conjunxit. Dal che si deduce, che la parte del Palatino ove Caligola edificò la sua casa, riguardava il Foro e 'l Campidoglio, a cui fu congiunta col ponte; e in conseguenza, che gli avanzi delle antiche fabbriche del Palatino riguardanti il Campidoglio, (e notate nella Topografia generale co' numeri 282, e 292, i quali corrispondono nell'Icnografia alle lettere m, n, o, p) appartenessero alla stessa casa. Il ponte poi con cui Caligola congiunse il Campidolgio col Palatino, si vede notato in pianta nella detta Icnografia colle lettere q, r, s, ove passava sopr' al Tempio d'Augusto, ivi parimente notato col. numero 82 il qual tempio investiva il Palatino, come si raccoglie delle parole: quod est in Palatium, cioè erga Palatium, appartenenti alla seguente iscrizione ritrovata nel Colombajo di Livia, e da me rapportata fra le altre nella Tavola XXVII del Tomo II. Dis Manibus Aug. Lib. Bathyllus Aedituus Templi divi Aug. et Divae Augustae, quod est IN PALATIUM immunis et honoratus.
Essendo stato il Palatino ingombrato dalle riferite tre
fabbriche Imperiali di Augusto di Tiberio e di Cajo, ed
essendo tutto il rimanente del Colle occupato da edifizj
popolari, e da templi, accadde sotto di Nerone il famoso incendio,
il quale, come racconta Tacito nel xv degli Annali, initium in ea parte Circi ortum, quae Palatino Coelioque montibus contigua est (cioè dal luogo
notato nella Icnografia del Foro colla lett. t). Ubi per
tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma
alitur, simul coeptus ignis et statim validus, ac vento
citus longitudinem Circi corripuit (cosicché giunse sino al luogo notato nella Icnografia colla lett. u). Neque enim domus munimentis septae, vel templa muris cincta, aut quid aliud morie interjacebat. Impetu pervagatum incendiam, plana primum (cioè il piano del Circo Massimo) deinde in edita assurgens (cioè al Palatino dalla parte del Circo) et rursus inferiora populando, anteiit remedia velocitate mali, etc. Eo in tempore, Nero, Antii agens, non ante in Urbem regressus est, quam domui ejus, qua Palatium et Maecenatis hortos (da me riferiti al precedente numero 236 di quest’ Indice) continuaverat, ignis propinquaret. Neque enim sisti potuit, quin et Palatium et domus (cioè la casa transitoria accennata allo stesso numero 236) et cuncta circum haurirentur. Sed solatium populo exturbato et profugo (una gran parte del qual popolo era quella che abitava nel Palatino ne’ luoghi che non erano stati ingombrati dalle preaccennate tre fabbriche, di Augusto, di Tiberio, e di Cajo) Campum Martis, ac monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos patefecit. Dal che necessariamente si argumenta, che sendo arso il Palatino, ed avendo Nerone conceduto al Popolo il Campo Marzio, e i suoi orti, fabbricasse poi la sua Casa sullo stesso Monte in quella estensione abitata prima dal Popolo, e notata nella Icnografia del Foro Romano alle lettere x, y, z, bb, cc, ff, gg, corrispondenti nella Topografia generale ai numeri 296, 297, 298, 301, 302 e 307, ristorando dall’ incendio le tre Case suddette. Cosicché il Palatino rimase per la maggior parte ingombrato dalle fabbriche Imperiali, le quali portarono il nome di un sol Palazzo. Si sa inoltre dagli antichi Scrittori, che queste fabbriche furono ampliate, ridutte in diversi usi, e ristorate da altri incendj da’ successivi Cesari; ma queste ampliazioni e ristauri non furono tali che togliessero alle medesime le primiere denominazioni. Dimostrata pertanto in generale l’appartenenza degli avanzi delle fabbriche del Palatino, riassumeremo le denominazioni di essi in particolare, e indicheremo i luoghi precisi, ove rimangono presentemente, ponendo in ordinanza i predetti respettivi numeri.

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